Smart working e quarta ondata. Perché ce ne siamo dimenticati?

di Mattia Di Berti –

Malgrado gli appelli dell’Oms continuino a essere nel senso di una promozione del lavoro a distanza, come mezzo privilegiato per contrastare la quarta ondata di Covid, il ricorso allo smart working da parte di imprese e PA in Italia non è mai stato così basso dall’inizio della pandemia. Erano oltre 6 milioni i dipendenti che lavoravano “da casa” durante la prima ondata nella primavera 2020.

Poiché proprio il settore del trasporto pubblico è quello che ha mostrato le maggiori difficoltà ad adeguarsi alle misure anti-Covid e oltre 5 milioni di persone prendono ogni giorno treni regionali e metropolitane, mediamente molto affollate, il ritorno al lavoro a distanza, compatibilmente ovviamente con la natura della prestazione professionale, rappresenterebbe una misura di prevenzione importante, che peraltro favorisce un’evoluzione inevitabile dei processi produttivi.

Ovviamente anche lo smartworking implica dei costi, ad esempio per alcune attività commerciali. Anche le altre misure restrittive oggi messe in campo e le altre già ipotizzate comportano dei costi. Ma lo smart working decongestionando mezzi di trasporto e luoghi di lavoro comporterebbe in questa fase benefici superiori.

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