PNRR E SUD. Serve crescita duratura non doping economico

Il PNRR ha destinato 82 miliardi di euro al Mezzogiorno, su 206 miliardi ripartibili secondo il criterio del territorio, per una quota complessiva del 40 per cento.

A proposito di queste risorse è utile fare dei distinguo. I parametri utilizzati a livello europeo per definire l’ammontare di aiuti per ogni singolo Paese sono stati il reddito pro capite, la disoccupazione negli ultimi cinque anni e la popolazione. È evidente che i bassi livelli di reddito e l’alta disoccupazione nel Sud abbiano contribuito in maniera determinante all’assegnazione della quota più alta di aiuti europei. Secondo alcuni, pertanto, i fondi assegnati al Mezzogiorno avrebbero dovuto rappresentare il 65 per cento del totale.

Tuttavia, la questione politica è diversa. In luogo di una polemica su una quantità di risorse che probabilmente non saremmo stati in grado di spendere o gestire – sia per i tempi imposti, che prevedono il completamento di opere e progetti entro il 2026, sia per l’oggettiva carenza di competenze nelle pubbliche amministrazioni meridionali –, va sottolineato il cambio di approccio rispetto alla questione meridionale ritenuta, appunto, priorità trasversale delle politiche pubbliche del Paese.

Innanzitutto, il “PNRR Draghi” rappresenta un notevole e oggettivo avanzamento rispetto alle prime versioni elaborate dal precedente governo. Esemplificativo il caso della parola “concorrenza” che nel nuovo Piano compare ben 34 volte, mentre nella precedente bozza soltanto 3.

Se venisse attuato quanto previsto nel PNRR, finalmente il Sud recupererebbe il gap infrastrutturale, materiale e immateriale, – ovvero le condizioni di partenza – con il Nord e con le regioni più sviluppate d’Europa, ponendosi credibilmente come centro del Mediterraneo e ponte verso l’Africa, il continente con i più alti livelli di crescita del pianeta.

È utile che il discorso sul PNRR nel Mezzogiorno dei prossimi mesi non segua il leitmotiv della recriminazione, quanto piuttosto quello della trasparenza e dell’individuazione delle responsabilità. I soldi che arriveranno sui territori sono di tutti i cittadini di oggi e, soprattutto, di domani. L’uso di queste risorse rappresenterà il banco di prova per valutare politica e classi dirigenti del Sud, in passato responsabili di aver scambiato visione e sviluppo con “libertà di gestione”.

In Italia la disoccupazione giovanile è al 22,4%, con un picco del 37,7% nel Sud, mentre il tasso di abbandono degli studi in età 18-24 è al 15%, 18,2% al Sud, con la media Ue all’11%. Lo stipendio medio di un giovane si aggira attorno agli 800 euro, per cui non stupisce che in meno di 20 anni il tasso di natalità in Italia sia sceso di 2,4 punti. Questione generazionale e questione meridionale si intrecciano: sono nodi ineludibili e da sciogliere allo stesso tempo. Risolverli è il tema imprescindibile per il futuro dell’Italia e sarà la partita del PNRR nel Mezzogiorno.

La vera chiave per il Mezzogiorno sarà sfruttare i prossimi anni di risorse europee per attrarre imprenditori seri e imprese dinamiche e innovative. E se ciò non dovesse avvenire, avremmo perso l’ennesimo treno.

Un’ampia letteratura mostra chiaramente come il più grave problema del Sud sia l’assenza di lavoro – nell’ordine di centinaia di migliaia di posti – e, soprattutto, di lavoro qualificato. È indubbio che ciò si risolva solo attraverso una crescita sostanziale del tessuto imprenditoriale locale.

Fino al 2030, considerando tutti i programmi – ordinari e straordinari –, l’Europa destinerà all’Italia meridionale circa 140 miliardi di euro, una quantità di risorse più grande di quella nei bilanci pubblici nei momenti in cui l’intervento straordinario era massiccio e raggiungeva lo 0,8% del Pil. È un’opportunità storica a patto che si adotti il linguaggio dei risultati, in luogo della mera “spartizione”.

Una parte degli interventi realizzati ai tempi della Cassa per il Mezzogiorno seguirono proprio questo criterio deteriore, senza alcuna logica di investimento o di controllo in termini di risultati di lungo periodo. Quegli aiuti si tradussero in favori e vantaggi fiscali a gruppi imprenditoriali che, in molti casi, terminato l’incentivo hanno dismesso l’attività.

La fiscalità di vantaggio è utile se serve ad accompagnare gli investimenti e non si trasforma in sussidio. L’intervento pubblico può favorire la creazione di un ambiente fertile per l’impresa, per attrarre capitali, menti brillanti e formare una nuova generazione di imprenditori al Sud. A patto che la programmazione non si sostanzi in distribuzione di risorse a pioggia o – peggio – assecondi un certo capitalismo straccione all’italiana, buono più a prendere che a dare, a discapito di energie nuove da attrarre o valorizzare.

Se i fondi del PNRR e degli altri programmi europei permetteranno la creazione dei posti di lavoro di cui il Sud ha bisogno e, dunque, lo sviluppo e il rafforzamento del tessuto produttivo e imprenditoriale locale, allora il Mezzogiorno potrà finalmente correre con le sue gambe e saranno restituite ai giovani meridionali prospettive a lungo sottratte. Viceversa, se gli aiuti europei finiranno in una nuova stagione di consociativismo e doping economico di Stato, sarà un danno irreparabile per le future generazioni.

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