Più semplice abolire quota 100 che liberalizzare le concessioni balneari. Perché?

di Carmelo Palma –

Può apparire paradossale che il Governo incontri nei fatti maggiori ostacoli a intervenire sulla liberalizzazione delle licenze commerciali e concessioni balneari che sulle pensioni di anzianità. L’esecutivo di Mario Draghi ha impiegato meno tempo e meno fatica a licenziare la legge di bilancio, con la (quasi) fine di quota 100, che a predisporre il testo, che ancora non c’è, della legge annuale sulla concorrenza, che dovrebbe arrivare in settimana in Consiglio dei ministri e potrebbe non toccare, per l’ennesima volta, molti dossier “intoccabili” legati alla famigerata direttiva Bolkestein.

Un fenomeno analogo avvenne anche dieci anni fa, con il Governo Monti ai tempi della riforma Fornero.
Queste resistenze tenaci e insuperabili rimandano a un modo tipico e tragicamente coerente di funzionare della politica italiana, abituata a intendere l’interesse generale come una somma degli interessi particolari e microsettoriali più fortemente e rumorosamente rappresentati e a tirare la corda fino al punto in cui questa non si spezza.


Ma se nel caso delle pensioni il punto di rottura è chiaro – finiscono i soldi per pagarle e anche i creditori con cui indebitarsi – e in condizioni di emergenza diventa inevitabile intervenire, laddove, come nelle rendite nascoste in un sistema di diritto anticoncorrenziale, i danni non si vedono direttamente dalle tabelle del bilancio dello Stato (anche se indirettamente sì), allora si può fare finta che tutto possa proseguire come al solito. Insomma, il paradosso è che le riforme a costo zero costano politicamente di più di quelle a moltissimi zeri. Ma è un paradosso apparente.

1 commento

  1. Francesco Calì in Novembre 3, 2021 il 8:09 am

    tutto giustissimo ma, aggiungo, Quota cento l’ha voluta Salvini e la Lega. Quindi, per il sistema Italia, si può sacrificare perché non è istanza della conservazione ma del “nuovo”. Esattamente come le innovazioni dei 5s. Al macero.

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