Non è il blocco dei licenziamenti a difendere il lavoro di domani

di Antonio Santoro

I licenziamenti decisi negli ultimi giorni da alcune imprese per “chiusura attività”, che secondo i sindacati riguardano circa 1500 persone in diverse aree del nostro Paese, aprono una ferita rilevante dal punto di vista sociale. La premessa è che in questa fase occorre continuare a sostenere chi ha perso il lavoro, rifinanziando finché sarà necessario gli ammortizzatori sociali. Tuttavia, oltre la contingenza emergenziale, è opportuno considerare la dinamica dell’occupazione e il tema del lavoro nel quadro generale del nostro sistema Paese e in una prospettiva post pandemica di medio periodo.

Nei casi di cronaca più rilevanti la cessazione dei rapporti di lavoro non è stata peraltro favorita dall’attenuazione del blocco dei licenziamenti adottato nel periodo pandemico, perché si è trattato di procedure per “cessazione di attività” comunque consentite anche in precedenza. Inoltre, se il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione Covid hanno svolto una funzione importantissima per contenere la perdita di posti di lavoro durante la pandemia, è evidente che queste misure non sono soluzioni definitive e che la loro proroga indiscriminata produrrebbe danni maggiori rispetto ai benefici, aumentando la portata della “deflagrazione” al momento della rimozione del blocco.

Contrariamente al racconto illusorio di certa politica, secondo cui la proroga del blocco dei licenziamenti era la misura necessaria a difendere il lavoro, bisogna affrontare la realtà ed essere costruttivi, evitando sterili barricate ideologiche. Come osservato da Bentivogli, Ichino e Valente, occorrono misure differenziate per situazioni differenziate, quali, ad esempio, evitare l’accanimento terapeutico su aziende senza futuro, sostenere le imprese in difficoltà temporanea, accompagnare la formazione e ricollocazione dei lavoratori e reintrodurre strumenti di flessibilità contrattuale con maggiori tutele.

È prevedibile che nel breve periodo ci saranno altri licenziamenti, ma il quadro non è così scoraggiante. Infatti, secondo la Banca d’Italia l’impatto della rimozione dei provvedimenti di blocco dei licenziamenti sull’occupazione complessiva sarà in larga misura compensato dalle nuove assunzioni. Nel prossimo triennio le ore lavorate aumenterebbero di oltre l’11% riportandosi alla fine del 2022 sui valori precedenti la pandemia, mentre anche il numero di occupati è previsto in espansione e potrebbe attestarsi al di sopra dei livelli pre-crisi entro i primi sei mesi del 2023.

I problemi occupazionali potrebbero essere nell’immediato acuiti dalla trasformazione tecnologica. La pandemia ha accelerato il processo di automazione che già stava spingendo alla sostituzione dei lavoratori con macchinari intelligenti. Una tendenza che proseguirà e su cui l’Italia è già arrivata impreparata, nonostante fosse chiaro da almeno un decennio che bisognava orientare il nostro welfare verso la riqualificazione professionale di lavoratori “espulsi” dal processo produttivo, rivalorizzare la formazione tecnica e promuovere le iscrizioni ai corsi di laurea STEM. Non è affatto la tecnologia a produrre disoccupazione, ma l’assenza di strumenti per attrarre lavoro tecnologicamente avanzato.

Non esiste la bacchetta magica e non c’è una soluzione immediata. La riforma fiscale con l’alleggerimento delle tasse sul lavoro, gli investimenti pubblici del PNRR e gli incentivi a quelli privati sono la premessa. La ricetta per il lavoro è fare le riforme, in primo luogo superando l’impostazione popu-assistenzialista e riallineare le politiche sociali e di equità con quelle per la formazione e la produttività. ll reddito di cittadinanza arriverà a costare circa 100 miliardi alla fine 2029, ovvero più della metà dei fondi europei del Recovery Fund per l’Italia. Si tratta di una quantità di risorse spropositata, destinate a una misura insostenibile e squilibrata, che in larga parte dovrebbero essere utilizzate per inserire nuove forme di ammortizzatori sociali orientate al reskilling e upskilling dei lavoratori.

In secondo luogo, bisogna rendere più agevole l’incontro tra domanda e offerta di lavoro: la mancanza di lavoratori in troppi settori è la prova eclatante di quanto non funzionino le politiche attive, di quanto abbia fatto male la demonizzazione tout court della flessibilità e un sistema formativo lontano dalle esigenze della produzione.

In terzo luogo, occorre innovare il quadro normativo e contrattuale, coerentemente con i mutamenti del lavoro, al fine di migliorare la produttività. Oggi sempre di più la prestazione lavorativa si traduce in un “progetto di lavoro”, pertanto sarebbe utile la reintroduzione di un nuovo contratto a progetto fino a 24 mesi, recuperando le maggiori garanzie e tutele di cui disponevano rispetto ai contratti di collaborazione coordinata e continuativa, in particolare in materia di gravidanza, malattia e infortuni. Senza considerare l’universo dello smart working, diventato mainstream con la pandemia.

Infine, la tendenza nel mondo è la contrazione dell’orario di lavoro. “Lavorare meno, lavorare tutti” non è più uno slogan bislacco, ma è sempre di più una realtà, sia considerando l’automazione della produzione che l’esigenza di un miglior bilanciamento tra vita privata e lavoro. Una settimana di quattro giorni, pagate come fossero cinque, può essere sostenuta attraverso una maggiore produttività, che a sua volta ha impatti positivi su consumi, sulla crescita e sull’occupazione. L’idea di una settimana corta non è nuova, se ne parla da diversi anni, ma ultimamente è tornata in voga dopo la rivoluzione delle abitudini lavorative imposte dal Covid. Microsoft, Toyota, Unilever e tante altre realtà più piccole stanno già sperimentando con successo la settimana corta. In Italia esiste una proposta di legge in questa direzione che andrebbe discussa e approfondita.

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