L’università italiana, la Cenerentola d’Europa. Una scelta per il declino

Nel 2019 il fondo di finanziamento ordinario dell’università italiana è stato di 7,5 miliardi di euro per 1.730.000 studenti circa. La sola Harvard con 24 mila studenti ha speso 5,2 miliardi di dollari.
Il nostro Paese investe nel sistema universitario nazionale una cifra pari allo 0,4% del PIL. Un dato risibile, il più basso dell’Ue, tra la metà e un quarto di quello dei principali Paesi europei, che non è compensato neppure dal rapido aumento, avvenuto negli ultimi anni, della spesa privata delle famiglie.

La conseguenza è che l’Italia è il Paese europeo, dopo la Romania, a avere la più bassa percentuale di laureati nella popolazione compresa tra i 25 e i 34 anni: il 29%. La media europea è del 41% e l’obiettivo dell’Ue è di farla salire entro il 2030 al 45%.
Questi numeri rappresentano il retaggio di scelte da cambiare radicalmente, se si vuole cambiare il futuro dell’Italia.
Visto che livello di istruzione della popolazione e crescita economica dei paesi sono non solo correlate, ma dipendenti, occorre riaffermare il valore dell’investimento nella formazione universitaria come leva fondamentale dello sviluppo di lungo periodo, ma anche come strumento di equità. 

In Italia due figli di laureati sue tre si laureano a propria volta, mentre si laurea solo uno su sei dei figli dei genitori non laureati. Ad aggravare questa disparità, che paralizza la mobilità sociale, è la quasi totale assenza in Italia di lauree professionalizzanti, di durata triennale, per la formazione di personale con competenze tecniche avanzate, in stretto collegamento con il mondo produttivo.

Peraltro, un sistema universitario solido e forte genera ricadute positive sui territori dove sono presenti gli atenei, in termini di apertura, innovazione, imprenditorialità, creazione di lavoro e collaborazione tra impresa e ricerca. Inoltre, una maggiore diffusione dell’istruzione universitaria non aumenta solo il capitale umano, cioè l’insieme delle competenze di cui dispone il sistema economico, ma anche il capitale sociale, cioè la capacità di instaurare relazioni cooperative e ad accrescere il clima di fiducia tra i cittadini.
Insomma, se gli investimenti nel sistema universitario e per il diritto allo studio sono la chiave più importante per l’equità intergenerazionale, per sbloccare l’ascensore sociale e rilanciare il nostro Paese, il sotto-finanziamento dell’Università – molto più accentuato in paragone agli altri paesi europei, sia in rapporto al Pil che al reddito pro capite, di quello dell’istruzione primaria e secondaria – riflette purtroppo una logica politica che ha “insegnato” agli italiani a svalutare la formazione universitaria, sia in termini privati, sul lato della domanda di istruzione, sia in termini pubblici, sul lato del finanziamento dell’offerta formativa.

Non ci vuole molto a capire l’inevitabile relazione che nell’economia della conoscenza ha un basso livello di istruzione con un basso o nullo livello di crescita.

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