L’illusione del lavoro ‘per legge’. I nodi sono ricerca, produttività e investimenti

C’è un grosso equivoco che da decenni attraversa il mondo del lavoro e soprattutto il modo in cui è percepito in Italia.

Vi è la convinzione, persino in una bella fetta della classe politica, che a decidere i livelli di occupazione o le retribuzioni sia in gran parte o l’avidità degli imprenditori o la pigrizia dei lavoratori: problemi a cui sarebbe possibile porre rimedio con forme più o meno pesanti di interventismo legislativo. Come se in Italia l’occupazione, in termini quanti-qualitativi, dipendesse da una sovrabbondanza, sul lato della domanda, di sfruttatori e speculatori e sul fronte dell’offerta di fannulloni e disonesti. Sono versioni opposte di populismi assai simili, che hanno in comune la negazione del problema di fondo che condiziona da almeno 25 anni tutta la nostra economia e naturalmente anche il mondo del lavoro, ovvero la scarsa produttività. 

Il fatto che quella totale sia addirittura scesa del 6% rispetto al 2000, e sia stata stagnante negli ultimi 10 anni, non entra nel dibattito politico, ma è la principale ragione per cui anche la produttività del lavoro ha smesso di crescere nel nuovo millennio. 

È qui il motivo delle basse retribuzioni, a livello di sussistenza o meno in alcuni ambiti dei servizi, ed è qui l’origine di un tasso di occupazione cronicamente inferiore alle medie europee, da sempre sotto il 60% e sotto il 50% per quanto riguarda le donne. 

Infatti, quando la torta non cresce, chi già ne detiene le fette non ha intenzione di rimpicciolirle per fare posto ad altri, e quando avviene, come negli ultimi anni con i giovani entrati nel mondo del lavoro, ne concede di sottilissime, si veda la lunghissima stagione dellapartheid occupazionale, con i contratti a tempo indeterminato “intoccabili” e i contratti a termine o il lavoro autonomo fittizio riservaato agli ultimi arrivati. Ma il problema rimane in primis la dimensione della torta.

La politica dovrebbe avere il compito di fare quest’operazione verità, di spiegare che non è un caso se a crescere di più, in termini di salari e occupazione, sono quei Paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è superiore al 3% del PIL e non è solo dell’1,5% come in Italia; e che non è un caso se ad essersi salvati maggiormente dalla crisi pandemica sono stati i laureati (-0,6% il tasso d’occupazione, contro il -3,3% dei diplomati), né è un caso se sono state le grandi imprese e le multinazionali, nonostante il costo del lavoro molto più alto, a preservare più posti di lavoro. Perché portano e creano più valore. Grazie alla ricerca e all’istruzione. 

Mettere nelle condizioni di creare valore è la sfida che spetta alla politica che non vuole rifugiarsi in facili provvedimenti che affrontano i problemi a valle e non a monte, come salari minimi spropositati, ostacoli alle grandi imprese, protezionismi corporativi. Alla politica che deve governare la svolta rappresentata finalmente dal Pnrr, con i suoi investimenti e, forse soprattutto, con le sue riforme, e che non va sprecato come un fuoco fatuo di una breve stagione.

L’altro nodo che le nostre politiche del lavoro devono affrontare è l’assenza di un welfare to work degno di questo nome: assenza dimostrata proprio dal modo in cui è stato congegnato e realizzato il reddito di cittadinanza, che ovviamente ha funzionato come premio all’illegalità o disincentivo al lavoro o al lavoro regolare. Da ben prima del Covid l’Italia ha visto esplodere la spesa per ammortizzatori sociali passivi, che risulta elevata rispetto alla media Ocse e inefficace per il sostegno al reddito dei disoccupati, visto che è stata per gran parte dedicata a stanziamenti di integrazione salariale per gli occupati. Invece la spesa pubblica per le politiche attive del lavoro è stata decisamente bassa rispetto alla media dei principali competitori dell’Italia.

Da questo punto di vista la polemica contro le “delocalizzazioni” diventa solo una forma di vuota resistenza retorica contro le difficili “localizzazioni” di investimenti produttivi in un Paese che, per una buona parte, è privo di condizioni di competitività di sistema (efficienza della PA, infrastrutture, servizi) e di politiche del lavoro efficienti.

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