L’idea dell’Assemblea nazionale per superare il bicameralismo sfregiato

di Piercamillo Falasca

Una riforma costituzionale è possibile in questa legislatura? Dovrebbe essere necessaria, considerata prioritaria, e invece il tema anima solo il dibattito culturale ed è completamente eluso dalle segreterie dei principali partiti. Dopo l’approssimativo taglio del numero dei parlamentari, da 945 a 600 a partire dalla prossima legislatura, appare ancora più “plastica” l’insostenibilità del bicameralismo paritario italiano: avremo un Senato di soli 200 componenti che accorderà o rifiuterà la fiducia ai governi, la più piccola camera al mondo in relazione agli abitanti del Paese dotata di tali poteri; avremo ancora la necessità di approvare una legge nello stesso testo in due rami parlamentari, obbligo che da anni ormai viene eluso dando alternativamente a una delle due camere la prerogativa dell’esame parlamentare di un provvedimento e all’altra la semplice ratifica di un testo “blindato” su cui il governo di turno pone la fiducia; avremo – soprattutto se non ci sarà un cambio di legge elettorale – due camere con equilibri politici diversi. Non sarebbe forse il momento, rilanciando un’idea promossa di recente da Claudio Martelli, di unificare Camere e Senato in un’unica assemblea elettiva da 600 membri? Non sarebbe forse questo un modo di correggere in un colpo solo i problemi di rappresentatività delle due camere ridotte e la farraginosità del bicameralismo doppione? Ricordava Beniamino Caravita oggi sul Messaggero che questa riforma potrebbe persino funzionare a legge elettorale invariata, perché il Rosatellum è stato disegnato per una Camera della dimensione che avrebbe l’Assemblea nazionale.
Altro tema sospeso da anni – che più di tutti mette oggi a repentaglio la capacità del Paese di attuare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nei tempi e nei modi stabiliti e concordato con la Commissione Europea – è la revisione del Titolo V della seconda parte della Costituzione. C’è da chiarire e definire meglio i poteri dello Stato e delle Regioni e c’è soprattutto da riportare in capo allo Stato alcune funzioni inopinatamente assegnate nel 2001 alle Regioni, a cominciare dalle competenze in materia di reti energetiche e infrastrutture e alla tutela del lavoro, oltre che ovviamente all’organizzazione del sistema sanitario, la cui frammentazione regionale non ha evidentemente superato il “crash test” della pandemia.
C’è margine e spazio perché – nello scorcio finale della legislatura – si affronti il nodo cruciale del funzionamento della Repubblica? C’è modo di svegliare la politica e farla concentrare sulle regole del “dopo Draghi”? Il tema è sul tavolo e con l’associazione Italia Europea intendiamo alimentarlo.

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