L’Agenda Draghi e il partito che non c’è. O del perché non possiamo affidare le riforme ai bipopulisti

di Alessandra Senatore, da Linkiesta.it

Non si può pensare che l’accountability della nostra classe dirigente possa discendere soltanto (e per lungo tempo) dall’autorevolezza dell’attuale premier. Bisogna quindi ridare capacità di rappresentanza alla politica. Andando oltre vaghi appelli, più o meno inclusivi, all’unità

Sull’Agenda Draghi e sulle priorità date dai pilastri del Pnrr, oltre che sulle riforme necessarie a favorirne l’attuazione, il mondo politico italiano sembra convergere naturalmente, in modo quasi scontato, vista la bontà dei fini.

Finalmente – e non per diretto merito dei partiti principali della maggioranza – a guidare il Paese abbiamo un presidente del Consiglio all’altezza del ruolo, capace di calare concretamente nella realtà nazionale gli obiettivi di politica economica dell’Unione e unanimemente riconosciuto in sede europea quale interlocutore autorevole e credibile.

Ed è soprattutto di credibilità che il nostro Paese ha bisogno. Ma guardando in prospettiva non si può certo pensare che l’accountability della nostra classe dirigente possa discendere soltanto, e comunque non più che per un certo periodo, dall’autorevolezza e dalle capacità dell’attuale premier.

Molto dipenderà dal consolidamento dei processi di riforma che questo governo riuscirà ad avviare, da come verranno impiegate le risorse e gestiti i progetti programmati nel Pnrr e soprattutto da quanto i primi risultati in itinere saranno in grado di lasciar intravedere un processo di ripresa socio-economico.

Tutto questo implicitamente discenderà anche dalla capacità, per quanti si definiscono riformisti, di prendere atto che il sistema della rappresentanza è imprigionato nello schema bipopulista e che ci troviamo di fronte a una generalizzata crisi dei partiti e della politica, che va affrontata come un problema a sé e che rappresenta di per sé un fattore critico di instabilità e una vera condizione di “rischio Paese”.

Lo dimostrano i tanti cambi delle compagini di governo della legislatura – tutte segnate dall’alleanza di partiti dichiaratamente non solo avversari, ma nemici – e le effimere architetture parlamentari che hanno sostenuto i diversi esecutivi. Una precarietà permanente e una condizione di sostanziale indistinzione politica, che poco giovano a un processo duraturo di riforme strutturali e di sviluppo socio-economico.

Sembra quindi irrinunciabile immaginare, oltre alle riforme urgenti che ci vengono indicate dall’Europa, come la riforma della Giustizia e quella della PA, una riforma del sistema politico nel suo complesso. Una riforma, che più delle altre, non può essere decretata per legge, ma implica una riconversione e un’auto-riforma dei soggetti politici.

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