Giustizia: sì ai referendum, malgrado Salvini. Ma per un garantismo non salviniano

I referendum sulla giustizia proposti da Partito Radicale e dalla Lega di Salvini hanno destato più di qualche grattacapo a sinceri garantisti, combattuti tra il favore alle proposte e la totale distanza dal messaggio politico incarnato e propagandato dal leader leghista. 

L’uomo simbolo del cinismo a furor di like contro i diritti umani, della divisa esibita come un simbolo ultras, del “marcire in carcere”, delle citofonate alle abitazioni di ragazzi indicati come spacciatori dai vicini, della “difesa che è sempre legittima” e del “con le forze dell’ordine senza se e senza ma”, a fronte di princìpi garantisti che vivono proprio di se e di ma, non può che essere visto come il più inadeguato degli alfieri della causa per la giustizia giusta volta a regalare al nostro Paese un sistema maturamente e compiutamente accusatorio, abbandonando al passato le barocche iniquità inquisitorie. 

A tali motivazioni di ragion pura sono state affiancate anche ragioni pratiche più legate alla stretta contingenza politica, a nostro avviso meno persuasive: quella di Salvini sarebbe una operazione mirata a incassare l’ottimo lavoro della Ministra Cartabia, peraltro da forza di governo, comportandosi così irresponsabile da maggioranza e opposizione al tempo stesso.
Quale che sia la lettura politica e tattica della campagna, la posizione di Salvini sulla giustizia non deve sorprendere rispetto ai suoi messaggi più retrivi: si tratta della proiezione di una lunga stagione della destra italiana fatta di garantismo contro le manette ma non contro il manganello; avversata negli anni peggiori dell’antiberlusconismo da una sinistra che specularmente guardava con diffidenza le forze dell’ordine “torturatrici”, mentre innalzava la magistratura a baluardo di resistenza civile e salvezza morale contro i corruttori esecutivi Berlusconi (e il complice legislatore ad personam). 

Una pessima fase che contribuì a innaffiare le radici rosse del grillismo, culminata in aberrazioni come la campagna “intercettateci tutti”, e alla denuncia di qualsiasi proposta garantista come cedimento alla corruzione del Paese, se non addirittura come regalo alle mafie. La lunga stagione in cui Di Pietro era parte integrante e corteggiata della coalizione; in cui Pisapia non poté diventare Ministro della Giustizia del secondo governo Prodi proprio perché “troppo garantista” e rispetto al quale, nel ballottaggio fra lui e Di Pietro alla fine la spuntò Mastella, coi risultati e le conseguenze che conosciamo.
Salvini ereditando gran parte del brodo elettorale berlusconiano rilancia con una battaglia anti-magistratura più che propriamente garantista, incarnando bene il sentimento di quella parte d’Italia che vuole il politico vicino ma lo Stato “fuori dalle balle”, che teme di finire coinvolto nella macchina giudiziaria ma che pensa che se non fai niente di male nessun poliziotto verrà a toccarti; che si immedesima nel borghese Tortora ma detesta il drogato Cucchi e insomma tutela se stessa da quello che teme potrebbe capitarle, ma vorrebbe la mano pesante contro chi potrebbe disturbarla o da cui si sente disturbata. Una battaglia politica che si gioca sulla classica linea di faglia politica del tutelare “noi” dalle minacce dei “loro” e per questo del tutto compatibile con il quotidiano immaginario reazionario della Lega.
È evidente che il garantismo liberale di matrice illuminista, universalista, che guarda all’individuo come cittadino portatore di diritti e concepisce manette e manganello come due facce della stessa medaglia c’entri poco e niente. Tuttavia, perdere l’occasione offerta dalla mossa del cavallo del leader leghista per coltivare in modo diverso quella stessa eredità berlusconiana di garantismo ad personam o reazionario per arrivare a parlare di nuovo di separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati, custodia cautelare… non porterebbe a nostro avviso alcuna utilità. 

Una cultura pragmatica che parli di “unione laica delle forze” come diceva Pannella, o più prosaicamente dica “non importa il colore del gatto, basta che acchiappi il topo” (Deng Xiaoping, spesso citato in Fermare il declino) sa che l’agone politico legato a obiettivi precisi, concreti e condivisibili è anche occasione di rilancio culturale, un obiettivo per far sentire la propria voce fuori dal mero cono d’ombra della residualità intellettuale.
Anche chi ha idee generalmente minoritarie farà bena a conservare una concezione competitiva e non rassegnata del mercato delle idee politiche. Se non mi piace il mulino di Salvini non mi metto a imbrattarlo: lavoro più duramente per deviare il fiume o in questo caso creare un mulino più a monte, là dove il garantismo vale sia per le manette che per il manganello, è chiara la differenza tra giustizia e vendetta personale, i cittadini mantengono diritti anche dopo essere dichiarati colpevoli e non solo prima, il carcere serve come struttura rieducativa per alcuni reati e non come sgabuzzino dove stipare le ansie sociali di un Paese.

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