Conti alla rovescia. Il debito è cannibalismo generazionale, il problema più grande, non la soluzione più facile

Il problema del debito pubblico italiano non rappresenta una questione “imminente”, grazie alla sospensione del patto di stabilità, agli acquisti della BCE, ai bassi tassi di interesse e alla fiducia che i mercati internazionali ripongono in Mario Draghi. Tutte condizioni straordinarie e eccezionali destinate presto o tardi – per il Covid, si spera presto – a finire. 

Dunque il debito pubblico continua a rappresentare un problema sempre “incombente” sui destini e sul bilancio pubblico della Repubblica. In modo, peraltro, sempre più grave. A giugno è già suonato un campanello di allarme: gli ultimi dati di Bankitalia hanno registrato un nuovo record del debito pubblico, che ha raggiunto 2.680,5 miliardi, avvicinandosi alla soglia psicologica dei 2.700 miliardi.  

L’agenzia di rating Fitch, ricorda Mario Seminerio, calcola che con un tasso di crescita annuale del 4% e un saldo primario in pareggio si raggiungerebbero i livelli di debito pre-pandemia nel 2030. Tuttavia, tale scenario potrebbe essere fin troppo roseo se la politica non decide di affrontare il tema: con una crescita annua dell’1% e un avanzo primario del 2% ai livelli pre-pandemia si tornerebbe nel 2086. La differenza, ad oggi, è che il costo medio del debito pubblico è crollato (dal 0,93% del 2019 al 0,59% nel 2020), ciò rende il debito pubblico “sostenibile”.

Dunque il problema del debito continua a rappresentare il principale dei problemi politici che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi anni e che dovrà essere affrontato con un mix di politiche di bilancio severe e di politiche per la crescita efficienti. Non è vero che si può mantenere sostenibile il debito senza crescita, con la pura disciplina fiscale, ma non è vero – e l’Italia lo dimostra ampiamente – che un alto livello di debito assicura un alto livello di crescita.

La sfida è ora, come ha ricordato Draghi, fare “debito buono” ovvero far sì che gli investimenti (compresi, soprattutto, quelli del Recovery Plan) abbiano un moltiplicatore adeguato a generare una crescita sufficiente per ristabilire gli equilibri fiscali nei prossimi anni e rendere il debito sostenibile. La crescita diviene una priorità per evitare che il debito in futuro vada a soffocare definitivamente l’economia italiana.  Tuttavia, come ha ammonito Veronica De Romanis, la crescita da sola potrebbe non essere bastante per disinnescare la bomba ad orologeria che il nostro debito rappresenta. Secondo la De Romanis, difatti, per ricondurre le finanze pubbliche in linea servirebbe anche una spending review, tanto anche al fine di portare il disavanzo primario all’1% e da lì, procedere verso una graduale riduzione del debito.

Si può, quindi, dedurre quanto sia opportuno che il Recovery Plan venga speso con un’impostazione intergenerazionale, anche perché “generazionalmente” i conti dell’Italia sono sempre stati “alla rovescia”.

Il debito, il deficit, purtroppo, non sono una novità imposta dalla crisi economica causata dal covid, ma sono una prassi economica italiana da lunghissimo tempo. Fare debito non significa altro che imporre più tasse domani: in questo modo, si tolgono opportunità e libertà economiche non solo ai giovani, ma anche a tutti i contribuenti futuri.  Se, poi, si considera che – solo come esemplificazione – nel 2018, già prima della crisi covid, il 32% delle tasse versate da contribuenti IRPEF andava in pensioni ed interessi sul debito, si comprende chiaramente la ratio del “cannibalismo” economico che caratterizza non solo i rapporti “finanziario-generazionali” in Italia, ma proprio la considerazione e la visione di futuro (per tutti) che ha la politica italiana. 

Nel 2020 la spesa pensionistica in Italia ha raggiunto un picco pari al 17% del PIL (dovuto anche all’introduzione di quota 100). A fronte di una spesa pubblica focalizzata su pensioni ed anziani, in realtà, come si evince dai dati Istat, la povertà in Italia riguarda principalmente i giovani. Di fatto, per quanto riguarda la povertà assoluta, questa tra i minori supera l’11% ed è del 9% per quanto riguarda i nuclei familiari la cui persona di riferimento ha tra i 18 e i 24 anni, contro un’incidenza del 5,1% nei nuclei over 65 (dati pre-covid). 

Quindi è evidente che quella della sostenibilità e “bontà” del nuovo debito, a fronte di un indebitamento che sfiora oggi il 160% del Pil, rappresenta la più grande (e più negata) emergenza politica italiana, perché appena finirà la pandemia e la governance economica europea tornerà a una normalità da “tempi di pace” i nodi verranno tutti al pettine.

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